«L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri» (Paolo VI)

Inizia con questo richiamo a Paolo VI la riflessione offerta per la seconda tappa della Lectio Divina proposta dalla Zona Pastorale Tammaro. Siamo a Campolattaro, a parlare è il prof. Alessandro Pilla, docente di Sacra Scrittura che, a partire dal termine “educare”, nel suo stile simpatico e coinvolgente, si è mosso agevolmente tra le scritture, facendo emergere la responsabilità educativa di Dio, di Gesù, della Chiesa, della famiglia.

Le 10 Parole

Si parte dall’AT e, quindi, dalla storia di Israele, popolo eletto di Dio che, fin dalle origini, si è trovato difronte a due vie: la vita o la morte … e ha dovuto scegliere.

Riprendendo dal discorso della settimana precedente, approfittando delle letture del giorno che, per questa III domenica di quaresima, presentavano il decalogo, il prof. Pilla si è soffermato ancora una volta sulle 10 Parole, ricordando che non si tratta di comandamenti, ma di consigli, poiché “l’amore lascia liberi”. Si tratta di leggi di libertà, date, infatti, tramite Mosè, al popolo, dopo la schiavitù. Sono leggi che servono a creare ordine, consigli per vivere bene insieme.

Educare, tirare fuori … che cosa?

Se la settimana scorsa si rifletteva sull’abitare, questa volta la riflessione si sposta sull’educazione. Si parte dal significato etimologico: educare, dal latino educěre, tirare fuori.

“Tirare fuori cosa?”, si chiede il relatore. Si dà la risposta: Dio, un parroco, un insegnante, un genitore, devono tirare, da dentro l’altro, il bene che è in lui. Perché don Alessandro parte del presupposto che in ogni uomo c’è del bene, il compito della comunità educante è saperlo tirare fuori. E qui cita Thomas Hobbes: Homo homini lupus (ogni uomo è un lupo per un altro uomo). Davvero siamo lupi degli altri? Si, lo diventiamo per invidia del diavolo che porta nel mondo la cattiveria e la morte.

Il professore spiega che l’essere umano è stato creato buono, ma generato malato. L’uomo nasce malato, ma dentro di lui c’è il bene creaturale che, chi si riscopre educatore, deve saper tirare fuori.

L’educazione di Dio nell’Antico Testamento

Nell’AT Dio educa: prima chiama Abramo e poi Mosè. A quest’ultimo gli chiede di liberare il suo popolo dagli egiziani. Mosè obbedisce, tra tante difficoltà, ma poi manca di fiducia (cf. Nu 20,12). Così Dio gli fa vedere la terra promessa da lontano, ma lui non ci arriverà, sarà il suo popolo a conquistarla.

E così, in seguito, sbaglia il re Davide, adultero e omicida; ma anche il re Salomone che sposa le donne pagane e costruisce templi alle divinità. Sbagliano, ma restano uomini scelti da Dio per guidare il popolo.

A loro il Signore manda i profeti per educarli e promette un Re, un buon pastore che si prenderà cura del suo gregge.

Una bella sintesi dell’intervento educativo di Dio nell’AT si trova nel salmo 106. Don Pilla cita qualche passaggio, affidando ai partecipanti la lettura.

Ancora il prof. di Sacra Scrittura si sposta sui sapienziali e, qui, chiama in causa la famiglia: “Ascolta, figlio mio, l’istruzione di tuo padre e non disprezzare l’insegnamento di tua madre” (Prv 1,8).

Si parte dal principio – dice don Alessandro – che la società è deviata. In questa società corrotta, bisogna educare i figli alla sapienza, perché superino la condizione di ingenuità. L’educazione dell’AT è, quindi, un’educazione familiare. Bisogna educare i figli alla sapienza, ma anche correggere il popolo quando sbaglia. Sono questi – conclude – i due termini che indicano la pedagogia di Dio: educare e correggere.

Gesù, modello per gli educatori

Nel NT si continua su questa linea, motivando la scelta: “il Signore corregge colui che egli ama” (Eb 12,6). Dio è un grande educatore, poiché se corregge lo fa per amore.

Nei vangeli Gesù appare come un modello per gli educatori. Egli educa con la parola, tenendo conto delle possibilità, usando mezzi narrativi in base a ciò che la gente poteva capire.

Quando Gesù inizia ad essere “severo” nella sua proposta educativa? Il prof. Pilla risponde: “quando raggiungiamo la consapevolezza di chi è Gesù, Egli inizia ad andarci pesante”. Una volta che abbiamo espresso la nostra professione di fede, Gesù diventa esigente. La posta in gioco, però, è alta e quindi fa bene. Se Dio, infatti, promette la terra, Gesù promette il paradiso.

Ancora, don Alessandro si pone un’altra domanda: che significa essere miti? Gesù era mite, cosa significa? La mitezza sta nel fatto che pur potendo essere più forte, rinuncia alla difesa per un bene maggiore.

Poi, Gesù, ci da un termine di paragone: sé stesso: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Imparare da Lui significa indossare il grembiule e farsi servi degli altri, poiché, come Egli stesso dice: “vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,15).

L’umiltà della Chiesa che educa

L’insegnamento di Gesù è fatto proprio dalla Chiesa e si trasforma in pratiche ed esempi concreti: “costruiamo le cattedrali – dice mons. Pilla -, ma se non siamo umili non serve a nulla”.

Di Maria, infatti, il Signore, “ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48).

Umiltà deriva da humus, ciò che rende fertile la terra. Educare all’umiltà significa rendere gli altri, la società, degli spazi fertili. Per fare ciò non bisogna ragionare alla maniera umana, poiché l’uomo, spesso, porta avanti ragionamenti di potere.

Allora, si educa con la correzione fraterna, che parte dal confronto privato, finalizzato alla salvezza e non alla condanna dell’altro. Si chiama “correzione fraterna”.

Don Alessandro Pilla si pone l’ennesima domanda: la Chiesa è capace di educare con la correzione fraterna?

La dimensione educativa della famiglia

La domanda resta aperta e si passa all’altro anello della catena educativa: la famiglia. Il relatore cita un passo che fa emergere tutta la dimensione educativa del contesto familiare e, in questo caso, lo legge a conclusione dell’incontro: “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto.  Onora tuo padre e tua madre! Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa:  perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra.  E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore” (Ef 6,1-4).

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